E’ terminato ieri “Slow Wine Fair”, manifestazione organizzata da BolognaFiere, con la direzione artistica di Slow Food, alla sua quarta edizione dedicata alle eccellenze del vino. Una grande esposizione in due padiglioni della fiera, con 1174 cantine, omogenee nella fisionomia, biologiche, in linea con il Manifesto Slow Food del vino buono, pulito e giusto.
Una tre giorni dal 23 al 25 febbraio ricca di tantissimi appuntamenti.
Panel tematici e 17 masterclass, per parlare di temi attuali, di biodiversità, di packaging, di etica produttiva.
Diverse le Regioni presenti che nei loro stand hanno raccontato le proprie eccellenze.
Non solo vino, ma anche mixology, e poi, come gli scorsi anni, un’area dedicata alla Fiera dell’Amaro d’Italia, organizzata in collaborazione con Amaroteca e ANADI – Associazione Nazionale Amaro d’Italia.
La pausa pranzo è stata affidata ai Food Truck, con le proposte più svariate, piatti regionali, vegetariani, pasticceria e tanto altro. Dedicata proprio al mondo della nutrizione fuori casa.
è stata SANA Food, manifestazione di riferimento per l’alimentazione bio in Italia, alla 36esima edizione, che si è svolta in contemporanea; scelta importante e significativa per questa edizione 2025.
Molto apprezzata poi la presenza straniera, con 158 cantine e 28 nazioni. Una grande e rara opportunità, quella di fare un viaggio nella vicina Francia, ma anche in luoghi molto più lontani come il Giappone, la Georgia o il Cile.
Facendo un salto in SudAfrica, ad esempio, “David e Nadia” hanno proposto interessanti blend di tante uve autoctone, come l’Aristargos con Chenin blanc, Sémillon, Colombar, Roussanne, Clairette blanche , Marsanne, Verdelho, Viognier and Grenache blanc ed Elpidos, con Grenache noir, Syrah, Carignan, Cinsaut and Pinotage, solo l’1%.
In qualche stand, come questo, c’erano distributori italiani, in altri, produttori con cui mettere a frutto anche le proprie conoscenze linguistiche in quest’ambito.
Nel nostro caso il momento è stato quello di degustare l’azienda familiare Slovena “Altum”, che ha proposto uno stand accattivante, con bottiglie arancioni e un insolito decanter, con in vista il vino dello stesso colore delle bottiglie. Un blend di Sauvignon (con sentori diversi dal nostro) e Moscato realizzato con diversi tempi di contatto sulle bucce e diversi contenitori per l’affinamento. Quello nel decanter, annata 2020, il più avvolgente, dopo 6 mesi a contatto con le bucce e due anni in vasi d’argilla.
Dall’estero torniamo in Italia, dove il vino può regalare nuova vita. È il caso del Progetto Charity dell’azienda Cadgal, che in Piemonte ha due terreni: uno nelle Langhe, dove vinificano ben 4 tipologie di Moscato e l’altro nel Monferrato dove appunto nasce il Fabè.
Una Barbera dedicata a Fabio, il figlio del titolare morto troppo giovane in un incidente stradale, che torna a vivere dopo 9 mesi (non è un caso) di affinamento in bottiglia. Un vino, si, giovane, ma equilibrato, sprintoso ma delicato, come dicono fosse Fabio. Il ricavato della vendita va in beneficenza per realizzare progetti nella Repubblica del Togo, e come dicono loro “un impegno concreto, qualcosa di visibile nella realtà che rappresenta la memoria”.
Slow Wine Fair è stata anche un’occasione per scoprire uvaggi sconosciuti o meno noti.
In Lombardia, l’azienda”La Costa” propone il Verdese, una varietà autoctona riscoperta dalla titolare nel terreno dove attualmente produce, facendone analizzare il DNA. Un’uva grossa, che rimane sempre verde fin quando non vuole essere raccolta e allora diventa dorata. La produttrice ci ha raccontato che la signora che gli ha venduto la vigna l’aveva esortata a macerare le bucce “se no non sanno di niente”. E sulla base dell’antica saggezza, e non della moda, e dopo vari tentativi, è nato “Bacca” in cui le uve fanno una macerazione di 13 giorni. Assaggiandola alla ceca sarebbe difficile indicare la tipologia: il naso come la bocca riportano a freschezze esotiche, e poi c’è l’avvolgenza della frutta secca con un tannino, presente e piacevole
In Veneto, invece, l’azienda Redamo ha riscoperto il Marseram, vitigno di origine francese, incrocio tra Grenache e Cabernet Sauvignon, prodotto unicamente sui loro terreni di proprietà, nella zona collinare di Lonigo (VI) sui Colli Berici. La caratteristica più sorprendente è il colore, e per questo motivo è stata un’uva usata spesso da taglio. Prodotto in macerazione e freddo con acini interi, esprime tutta la mineralità che il terreno gli conferisce. Un naso decisamente fruttato, ciliegia e lampone in primis, un tannino quasi impercettibile.
Sono tanti anni che i vignaioli, con le varie università di agraria, stanno riportando alla luce vecchi vitigni dimenticati o sconosciuti. Il circo mediatico che si è creato intorno al vino, per meri interessi economici, rischia di danneggiare uno dei settori più redditizi per il nostro PIL, e di vanificare questo lavoro di riscoperta delle nostre radici, nel vero senso della parola, tra storia e biodiversità. Ci sono già i cambiamenti climatici a destabilizzare la produzione di vino, e questo può bastare.
Quindi, dobbiamo sperare che i vignaioli tengano duro, sostenuti anche e soprattutto da realtà ed eventi come questo.
Antonella De Cesare